Cyber risk e tutela del credito: questione di consapevolezza (prima ancora che di tecnologia)

Quando UNIREC mi ha chiesto di offrire un punto di vista sul tema del cyber risk per il XV Rapporto Annuale, ho accolto con piacere l’invito. La sicurezza informatica, oggi, è un tema che attraversa ogni settore – ma in quello della tutela del…

Quando UNIREC mi ha chiesto di offrire un punto di vista sul tema del cyber risk per il XV Rapporto Annuale, ho accolto con piacere l’invito. La sicurezza informatica, oggi, è un tema che attraversa ogni settore – ma in quello della tutela del credito, dove si maneggiano ogni giorno dati sensibili, fiducia e reputazione, diventa un nodo cruciale.

Eppure, se c’è una cosa che ho imparato in questi anni, è che non bastano tecnologie sofisticate per sentirsi al sicuro.

I rischi si moltiplicano, ma la risposta non è solo tecnica

Gli attacchi cyber sono in aumento. Ransomware, phishing, social engineering… non sono più casi isolati. Alcune realtà del settore subiscono tentativi di intrusione quasi ogni mese, e spesso non si tratta nemmeno di attacchi mirati, ma di operazioni automatizzate che colpiscono indiscriminatamente.

Ma ciò che mi preoccupa di più non è la potenza degli strumenti usati dai criminali informatici. È piuttosto la scarsa consapevolezza organizzativa con cui spesso si affrontano questi temi.

Le vulnerabilità non sono nei software, ma nei comportamenti

Non è raro trovare aziende che hanno implementato firewall e sistemi avanzati di rilevamento, ma che poi lasciano il personale senza formazione, senza processi di gestione chiari, senza simulazioni o audit regolari.

La vera sicurezza nasce dalla cultura, non dalla tecnologia. E dove manca cultura del rischio, ogni strumento è destinato a fallire.

Un nuovo paradigma: l’approccio umanocentrico alla sicurezza

Credo che il vero cambio di passo debba essere culturale. Serve costruire una visione umanocentrica della cybersecurity: che parta dalle persone, dalla loro formazione, dalla loro capacità di reagire, ma anche dalla loro fiducia nei processi interni.

Una buona governance della sicurezza non è solo una difesa: è una leva di fiducia per clienti, partner e stakeholder. Chi è in grado di gestire un incidente in modo trasparente e professionale rafforza la propria credibilità, non la indebolisce.

Le regole ci sono. Ora servono le scelte

Il quadro normativo europeo è sempre più chiaro: DORA, NIS2, GDPR, Cyber Resilience Act. Non possiamo dire che manchino le linee guida. Quello che manca, spesso, è la volontà di integrare davvero questi temi nella strategia aziendale.

Per il settore della tutela del credito – che secondo il Rapporto ha liberato nel 2024 risorse per 21 miliardi di euro – questo non è più un optional. È una condizione abilitante per poter continuare a generare valore, anche in un ecosistema digitale sempre più esposto.

La cybersecurity non è una spesa. È un investimento in fiducia. E la fiducia, oggi, è la valuta più preziosa che abbiamo.

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