Un governo ha ordinato il blocco o la sospensione dello sviluppo e dell’utilizzo di sistemi di Intelligenza Artificiale in specifici contesti, richiamando motivazioni di sicurezza nazionale o di protezione dei dati.
Al di là del singolo episodio, questa notizia dovrebbe farci riflettere su un punto fondamentale: se una decisione amministrativa può incidere così profondamente sulla disponibilità di una tecnologia, allora il vero tema non è l’Intelligenza Artificiale. Il vero tema è l’infrastruttura che la sostiene.
È una convinzione che negli ultimi anni ha guidato direttamente il mio lavoro nella progettazione del nuovo modello infrastrutturale del gruppo finanziario in cui opero. Fin dall’inizio ho sostenuto che non fosse sufficiente scegliere la tecnologia migliore del momento: bisognava costruire un’architettura capace di evolvere, integrare componenti diverse e continuare a funzionare anche quando il mercato, i fornitori o gli equilibri geopolitici cambiano.
Per questo ho promosso un approccio ibrido, aperto e interoperabile, capace di utilizzare molti tipi di tecnologie provenienti da ecosistemi extraeuropei, perché oggi, realisticamente, molte delle soluzioni più mature arrivano da lì, ma senza trasformare questa scelta in una dipendenza strategica. La vera sfida non è evitare di usare certe tecnologie: è evitare di diventarne ostaggi.
Naturalmente, una visione da sola non basta. Questo percorso è stato possibile grazie a un team aziendale di grande valore, composto da professionisti e partner tecnologici che hanno creduto nel progetto, si sono fidati della direzione intrapresa e hanno contribuito ogni giorno a trasformare idee e principi in scelte concrete. È proprio quando esiste un rapporto di fiducia e collaborazione che si riesce a costruire qualcosa destinato a durare.
Questa esperienza mi ha rafforzato in una convinzione: quando progettiamo il futuro dobbiamo saper mettere insieme tre livelli di visione.
La visione tecnica, per comprendere davvero le tecnologie.
La visione strategica, per capire dove vogliamo arrivare.
La visione tattica, per prendere oggi decisioni che produrranno effetti tra anni.
Ed è proprio la componente tattica quella che spesso viene meno compresa. A volte sembra eccessivamente prudente, altre volte appare perfino complicata. Pazienza. Chi progetta infrastrutture ha il dovere di guardare oltre l’orizzonte del presente.
Gran parte di questa capacità di anticipare gli scenari nasce anche da un’altra esperienza a cui tengo profondamente: il Digital Security Festival, che ho l’onore di presiedere insieme a un gruppo straordinario di persone che negli anni mi ha seguito, supportato, sfidato e aiutato a crescere. Anche qui il valore non è mai stato il singolo, ma la qualità della squadra e delle relazioni costruite.
Mi piace definire il Digital Security Festival una boutique dell’innovazione.
Non perché sia un luogo esclusivo, ma perché è uno spazio in cui le idee vengono osservate, discusse e validate molto prima che diventino di dominio pubblico. È un laboratorio dove si intercettano segnali deboli, si confrontano esperienze internazionali e si prova a comprendere oggi ciò che domani diventerà la normalità.
Ed è importante sottolineare che questo è solo uno dei tanti contesti in cui il Festival svolge questo ruolo. Sul nostro palco convivono approfondimenti altamente tecnici e riflessioni economiche, organizzative, culturali e sociali. Non parliamo solo di cybersecurity, ma di intelligenza artificiale, infrastrutture critiche, continuità operativa, leadership, etica, competenze, territori e impatto sulle persone. Molti dei temi che oggi occupano le prime pagine sono stati affrontati e discussi anni fa, quando sembravano interessare solo pochi addetti ai lavori.
Ed è proprio frequentando questi contesti che ho imparato una lezione fondamentale:
per progettare ecosistemi bisogna prima conoscerli.
Non basta confrontare prodotti o leggere schede tecniche. Bisogna partecipare agli eventi, ascoltare chi quelle tecnologie le sviluppa, confrontarsi con chi le utilizza in contesti diversi, capire come possono integrarsi tra loro e quali dipendenze possono creare.
Perché gli ecosistemi non si comprano. Si comprendono. E solo dopo si progettano.
Ecco perché continuo a sostenere che questa discussione non riguarda soltanto l’Intelligenza Artificiale.
Non è una questione di cybersecurity. È una questione di continuità del business. Ed è anche una questione sociale.
Quando un’infrastruttura critica si interrompe, non si ferma solo un servizio digitale. Si fermano imprese, filiere, amministrazioni, territori e persone.
Alla fine il principio è semplice:
o ti prepari prima, oppure paghi dopo;
o investi oggi nella comprensione degli ecosistemi, oppure domani subirai le dipendenze che generano;
o costruisci resilienza prima delle crisi, oppure sarà la crisi a dettare le tue scelte.
La vera innovazione non consiste nell’avere il modello di AI più potente.
La vera innovazione consiste nel progettare infrastrutture, organizzazioni ed ecosistemi capaci di adattarsi al cambiamento senza perdere autonomia, continuità e capacità di scelta.
E questa, oggi, è una responsabilità che riguarda tutti noi. Chi progetta, chi governa, chi investe e chi decide. Perché il futuro non si improvvisa: si costruisce con visione, competenza e il coraggio di fare oggi scelte che molti comprenderanno soltanto domani.
Prima di chiudere, un grazie speciale a tutte le persone che rendono possibile questo percorso. Al mio team, ai colleghi, agli amici delle associazioni con cui collaboro e ai tanti professionisti che partecipano al Digital Security Festival condividendo conoscenze, esperienze e visioni.
Se oggi porto avanti certe riflessioni è anche merito vostro: ogni confronto aggiunge un tassello, ogni idea apre una prospettiva, ogni collaborazione aiuta a costruire un ecosistema più forte. Il valore più grande, alla fine, non è la tecnologia. Sono le persone che scelgono di metterla in comune.
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Aperte le adesioni per collaborare con il Digital Security Festival 8 – Infinito Umano